Contemporary Café Perugia

EXHIBITIONS

17 Dicembre 29 Gennaio 2012
Francesco Ciavaglioli
Infranti e lucenti
installazioni ambientali.

 

Intervista tratta dal catalogo della mostra
Momenti di trascurabile sacralità” a cura di Saverio Verini
dove l’installazione è stata presentata per la prima volta in occasione del
Kilowatt festival Sansepolcro.

http://thetransitions.wordpress.com/artworks/

Uno dei tuoi interventi prevede la schermatura di una decorazione preesistente all’interno della chiesa: furia iconoclasta o c’è dell’altro?
La prima ragione è senz’altro quella di creare un dialogo con il luogo che contempli soprattutto la sua atmosfera, il suo “colore”. Da qui l’utilizzo di una carta semitrasparente che cela l’affresco retrostante, ma che ne conserva – per così dire – un fantasma, una vaghissima traccia, che va a costituire lo “sfondo” del disegno.
Quest’immagine che non si dà mai – parli di “fantasma”, di “vaghissima traccia” – ricorre spesso nelle tue opere. Non capisco se è qualcosa che ti dà ansia o, al contrario, piacere. O se, più semplicemente, si tratta di qualcosa di inevitabilmente legato alla storia e alla “vita” di un’immagine.
La terza, ovviamente. Non sono rappresentazioni di stati d’animo: a mio avviso il fantasma è l’essenza dell’immagine, la sua vita, il suo inesauribile moto inconscio e anacronistico. L’intento è quello di restituire immagini colte in un momento di transizione fra apparizione e sparizione. Un fantasma però non è solo un’immagine evanescente, ma un momento di passaggio, è un qualcosa che ha in sé le tracce di ciò che era ma che non è più, e la promessa di ciò che sarà ma che ancora non è. Nell’altro intervento, dove espongo molti miei vecchi lavori ridotti a “brandelli”, intendo restituire un’immagine del “fare arte” che non si dà come opera finita, ma come lo stato di un moto. Distrutti in quanto lavori finiti, fioriti in quanto “Imago” del mio fare arte. Infranti e lucenti. 
Quindi è questo il senso ultimo di un’opera, il sottrarsi a una definizione?
Direi che il senso ultimo di un’opera è vivere in quanto immagine. Ciò comporta necessariamente una sospensione della definizione, affinché l’opera possa manifestare liberamente tutta la propria “sostanza immaginante” e vivere nello spettatore e nell’artista come un moto inconscio, tanto indefinito quanto viscerale e autentico.
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27 Novembre 2011
Michela Pozzi

Aree e confini
a cura di Antonio Senatore 

Michela Pozzi è un’artista di San Marino che esprime la propria poetica attraverso fotografia e video. I lavori esposti in Aree e confini indagano il rapporto dell’essere umano con i limiti dell’esistenza. Partendo dalla denominazione fisica di questi limiti l’artista porta l’osservatore a sbirciare in un non-luogo in cui la fisicità del confine, sottesa dalla sua definizione, scompare tanto concretamente da esporne la debolezza semantica.
Il confine, la linea immaginaria di demarcazione che separa e rende estranee due sezioni di un’area, cioè dell’estensione bidimensionale di uno spazio, che sia limite o confine, una volta spiegato ed esposto finisce per negare se stesso. Dalle opere di Michela Pozzi emergono sia spazi specifici, il cui confine è imposto alla vista dalla struttura compositiva dell’opera, sia il rapporto tra individuo e spazio, contestualizzato dalla costruzione logica che premette il lavoro. La messa in scena che viene immortalata, pur rappresentando la documentazione di un’azione svolta, presuppone altre azioni, propedeutiche allo scatto, con le quali l’artista rende proprio lo spazio, lo definisce secondo le proprie priorità, lo ‘mette in posa’. Così facendo viene imposto un nuovo confine, un limite ideale, che estrae il luogo dalla sua collocazione abituale astraendolo, rendendolo fruibile al di fuori del suo contesto e nuovamente contestualizzandolo, prima nella fotografia o nel fotogramma, poi nel luogo-mostra in cui viene esposto. In questo senso, prima ancora del luogo e della messa in scena, a essere oggetto di esibizione è la labilità del confine. Muovendosi a cavallo di un limite spaziale inesistente ma legalmente riconosciuto, perché posto a separazione ideale tra due Stati, Michela Pozzi ne rintraccia e ritraccia il disegno. Armata di vomere impone alla terra la conoscenza del confine, rendendo reale e visibile, come una cicatrice per la pelle, l’identità unica e indissolubile dello spazio. Altrove l’artista indaga lo spazio fino a individuarne il limite tramite il ricorso alla trasmissione di onde radio. Trovato il confine lo abita e, infliggendogli una costruzione minima, lo vive, fino a diventarne parte, fino a caratterizzarlo.
L’essere umano nella sua più concreta espressione, il corpo, vive attraverso i sensi il confine che lo separa dal mondo. Da sempre, pur rispondendo all’istinto sociale che lo ha fatto riunire in famiglie, tribù, comunità e nazioni, ha affidato il riconoscimento della cellula sociale di appartenenza a un confine: la parentela, gli affetti, i vincoli sociali, il luogo di nascita. Il concetto di limite è talmente connaturato all’esistenza dell’essere umano da essere dato per scontato. All’opposto, il desiderio di conoscenza, altrettanto proprio dell’uomo, lo induce e costringe a visualizzare e contestare i propri limiti. Ad attraversare i confini. A cancellarli, se necessario. È attraverso questa necessità, che prende forma la poetica di Michela Pozzi, la sua abilità di ricollocare la propria identità in ogni opera, mostrandola come la ricerca e continua riaffermazione dell’esistenza. I frammenti di realtà prelevati dall’obiettivo – che sia quello fotografico o della macchina da presa – diventano così realtà sensibili a sé stanti, apparentemente irrintracciabili eppure consonanti all’esperienza individuale di chi le osserva e pertanto riconoscibili e, mnemonicamente, condivisibili.

Antonio Senatore

Zones and borders
English version

Michela Pozzi is an artist from San Marino whose favourite media are photography and videoart. The works shown in Zones and borders investigate the relationship that elapses between human beings and existence’s limits. Starting from the physical denomination of these limits, the artist lets the observer peek in a non-place in which border’s concreteness, underlying its definition, disappears so positively that its semantic frailty shows.
The border, the imaginary boundary that divides and estranges two sections of an area – meant as the bidimensional extent of a space, once shown and explained negates itself. From Michela Pozzi’s artworks surface both specific places, whose border is imposed at the view from the structure of the shooting, and the relationship between the individual and the space she’s in, contextualised from the logic construction that premise the work itself. The mise-en-scene immortalized, even depicting an action, assumes a lot of actions, prerequisites of the shooting, with which the artist gets hold of the space, defines it due to her priorities, lets it pose. Doing this way, Michela Pozzi imposes a new border, meant as an ideal limit, that extracts and abstracts the place from its usual placement, lets it be viewable and usable out of its context and newly contextualizes it, first in the shooting, than in the exhibition place. In this sense, right before the place and the stage, to be shown is the faintness of the border. Moving over a non-existent-but-recognized-by-law spatial limit, the border between Italy and San Marino, Michela Pozzi tracks down and re-draws out its line. Armed of a ploughshare she imposes on the earth the knowledge of the border, making it real and viewable as a scar, as the only and indissoluble identity of the place. Elsewhere she investigates a place until she finds its border using the transmission of radio air. Once found it out she inhabits it and, inflicting a minimal construction in it, she lives it until she becomes part of it, until she typifies it.
The human being in its more concrete expression, the body, lives through its senses the borders that separate it from the world. From time immemorial, even acting along the social instinct that made him put up families, communities and nations, the human being entrusted the recognizing of a social group to a border: kindreds, ties, places. The notion of border is so deeply-rooted in the existence of human beings to be took for granted. But, on the opposite, the urge for knowledge, as much deeply-rooted, induces and compels to visualize and question these borders. To cross them. To erase them. Due to this urge Michela Pozzi’s poetry arises, her ability sets back her identity in every artwork, showing it as a continuous search and claim of existence. The fragments of reality extracted by her objectives become sensible realities on their own, outwardly untraceable but still in keeping with the individual experience of the observer and, consequently, recognizable and mnemonically sharable.

Antonio Senatore

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8 / 30 Ottobre 2011
Valerio Niccacci

Foto-Sensibile
a cura di Antonio Senatore

La tecnica che Valerio Niccacci ha adottato si chiama Tempera bicromatata o Fotocolla. Si tratta di un procedimento fotomeccanico risalente all’Ottocento, e consiste nel colorare le fotografie attraverso il processo di sviluppo con tempere, pigmenti o acquerelli. Dal momento che la lavorazione avviene durante lo sviluppo della foto, questa non appare completa e terminata con lo scatto, ma emerge piano piano, un passo alla volta, e il risultato è una vera e propria pittura fatta di strati di colore, velature.
Il titolo della mostra, Foto sensibile, si apre allo spettatore in un ventaglio di possibili interpretazioni che spaziano dall’aspetto più tecnico, fotografico, che descrive la reazione di un materiale chimicamente trattato esposto alla luce, a quello filosofico, che indica l’intensità e l’acutezza con cui un soggetto intuisce col pensiero qualcosa di esterno a lui, a quello psicologico, che si riferisce alla disposizione di condividere un’emozione provata da altri.
I lavori di Valerio Niccacci siano come dei monologhi, forme di comunicazione personali ed evolutissime che ammutoliscono lo spettatore. Vibrano di una tale forza interiore che non vi si può opporre alcuna formulazione verbale coerente, perché qualsiasi contenuto attinente o inerente è insito in essi. La forma di reazione più consona all’intensa forza creatrice che scaturisce da queste opere è un silenzio assorto, concentrato. In esse si rivelano l’ambizione e il timore dell’artista. Si possono facilmente immaginare la tensione che attraversa la sua mente durante le fasi di lavorazione e il successivo sospiro stremato e soddisfatto, forse addirittura stupito, che esala scoprendo il frutto del suo lavoro.
Intrigante è anche l’aspetto più cerebrale dei lavori di Valerio: lo studio che precede la strutturazione fisica delle tavole, la previsione delle loro dimensioni, del telaio con cui sorreggerle, le necessità espositive. Un’idea spesso nata per caso da una suggestione, da un pensiero ricorrente, da un aforisma o da un intero libro, necessita di ore di preparazione che preludono alla realizzazione dell’opera. In questo tempo l’artista metabolizza l’idea e lascia che si riduca a un sedimento.
Successivamente, confrontandosi con le fasi di lavorazione dell’immagine, si scontrano la riemersione delle istanze scartate o dimenticate e la nascita di nuove intuizioni. Infine, scoprendo la pelle dell’opera nel realizzarla, l’idea iniziale, decantata, riaffiora. La magia della tecnica adottata da Valerio sta nella sua capacità di padroneggiarla senza imbrigliarla. Ciò che permette ai suoi lavori di comunicare con chi le guarda è la loro capacità di impregnarsi, prima ancora del colore o dell’immagine che esso compone, di tutto l’impegno e la complessità che ne precede e accompagna l’elaborazione.
Lo spettatore si trova davanti una realtà rinnovata e immemore, scaturita direttamente dalle immagini per volontà diretta dell’artista, e la forza espressiva che ho definito ‘monologo’ sta proprio nel racconto continuo e interminabile che trasuda da queste opere.

Antonio Senatore

Light Sensitive
English version

Valerio Niccacci adopts a technique whose name is Bichromatated painting. It’s a photomechanical process dating back to the Nineteenth Century. It’s somehow similar to the Collodion Process, the Albumen Print, Photolithography and Sun Printing. With the bichromatated painting the artist paints photographies during the developing process, using tempera colours, pigments or watercolours. Since the working process takes place while the photo is developing, this one doesn’t appears full and finished after the shooting, but rises slowly, one colour at time, and, once completed, shows itself as a photopainting made of colour’s patina.

Valerio Niccacci’s exhibition, Light sensitive, gives the spectator a full range of reading possibilities, from the more technical aspect, the photographic one, that shows the reaction of a chemically treated material to the exposition to sunlight, to the philosophical one, that shows the strength and the intensity with which a subject foresees in his mind something external to him, to the psychological one, which refers to the human disposition to share an emotion felt by others.
Valerio Niccacci’s works are monologues: advanced and sophisticated communication forms that overwhelm the spectator leaving him silent. These works vibrates of such an interior strength that to oppose them any consistent phrasing is difficult, because every inherent or pertinent content is innate in them. The reaction form more appropriate to the creative power that flows out of these artworks is a concentrated and intent silence. In them the artist’s ambition and fear merge and reveal to the observer. One could easily imagine the nervous strain that crosses Valerio Niccacci’s mind during every step of the working process, and subsequently the tired out and fulfilled, maybe astonished, sigh that he breathes once the artwork is done.
Intriguing and fascinating is also the more intellectualistic aspect of Valerio’s work: the fierce study that precedes the physical structuration of the panels, the choosing of the dimensions, the conception of the backframe that will support them and, last but not least, expositive needs. An idea often born casually after a charming sight, a recurring thought, an aphorism or a book, needs days of preparation before the artist can start to work directly on the artwork. During this time the artist metabolizes the idea and let it reduce to a sediment. After that, once the realization process is on, the reemergence of rejected feelings crashes and merges with the rising of new ideas. Finally, while slowly discovering the skin of the artwork, the first idea, purified, emerges back.
The magic of this technique is in the ability of the artist to master it not containing it. What lets the artworks speak with the observer is their ability to soak, before the colours and the complete image, the care and the complexity that precedes and go with the working-out process.
The observer stands in front of a renewed and oblivious reality, directly springing out from the images by the direct will of the artist. The expressive power that I referred to as a monologue stays right in this continuous and endless story that pours out the artworks of Valerio Niccacci

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Anderson de Paiva
Standing in the presence of fear
a cura di Antonio Senatore

 

La paura è un’intensa emozione derivata dalla percezione di un pericolo. È dominata dall’istinto di sopravvivenza; irrompe nella vita di un essere umano ogni volta costui si trovi in presenza di una sfida alla propria incolumità. Di solito è accompagnata da una forte accelerazione del battito cardiaco e delle principali funzioni fisiologiche difensive. La paura ha differenti gradi di intensità a seconda del soggetto e può essere descritta con termini differenti a seconda del suo grado di intensità: timore, ansia, paura, panico e terrore.
Standing in the presence of fear è una raccolta di racconti immaginari ma potenzialmente reali di incontri con la paura. I soggetti ritratti sono immobili, colti nell’assenza di emozioni che precede la reazione allo spavento.Le scene sono costruite con cura, i dettagli studiati nei minimi particolari. Ogni set racconta una storia. Anche se il punto focale di ogni immagine è il personaggio attorno al quale gravita il narrato, la sua centralità, dopo l’occhiata iniziale che inquadra il tutto, sfuma verso i dettagli che lo incorniciano. In questo senso il vero focus della fotografia è in realtà una teoria di punti focali posti sapientemente in modo da creare un vortice, più o meno stretto, che induce l’occhio a concentrarsi sul personaggio o ad allontanarsi inesorabilmente da esso. Questo vortice è la storia. Si tratta di storie umane e quotidiane, interrotte all’improvviso dallo scatenarsi di un’emozione, eppure continue e vivaci, indipendenti dall’impulso reattivo alla paura. A rendere magiche e suadenti queste storie è forse l’aspetto più cinematografico dell’azione: quella patina di finzione che, pur palese, sembra dar vita ai personaggi, in un altalena percettiva che riecheggia del lavoro fotografico di Gregory Crewdson e delle atmosfere real-surreali delle pellicole di David Lynch e dei racconti di Rick Moody.
Il titolo della mostra cita il romanzo La passione secondo G.H. di Clarice Lispector. La protagonista, la scultrice G.H. – che sta per Genere Humano – è una persona di successo che descrive la propria vita interiore così: “sono quello che gli altri vedono di me”. Pulendo una stanza la donna si imbatte in uno scarafaggio. L’incontro innesca in G.H. una reazione che la porta a liberare i propri impulsi primitivi fino a liberarsi dai convenzionalismi di una vita ‘tradizionale’. Il ritrovamento dell’insetto induce la scultrice ad analizzare l’essere umano e la vita di questo mondo ponendosi domande e risposte su se stessa e sugli altri, le cui fotografie sono tutte repliche del ritratto di Mona Lisa – come a definire un principio di mistero che circonda ogni essere umano. Dopo molte incertezze G.H. mangia la massa bianca che fuoriesce dallo scarafaggio che ha ucciso, divorando in senso figurato la vita nella sua essenza, annullando il rituale quotidiano e convenzionale. In un momento di illuminazione la protagonista scopre e fa scoprire a noi lettori che il nostro destino è l’accettazione della condizione di essere umani e che il mistero della vita è la rinuncia alla ricerca di un senso.
“Così come ancora la mia metamorfosi interiore non ha senso. In questa metamorfosi io perdo tutto ciò che ho avuto e ciò che ho avuto è stato me stessa – i miei averi sono ciò che io sono. E cosa sono adesso? Io sono: una stasi in presenza della paura. Io sono: ciò che ho visto”.
Le scene descritte da Anderson de Paiva sembrano replicare questo passaggio della percezione del proprio essere da un simulacro di ciò che si crede che gli altri vedano alla somma di ciò che si è visto e vissuto.
Andando più a fondo, la potenza narrativa insita nel titolo scelto, Standing in the presence of fear, sembra, nella sua apparentemente ingenua musicalità, svelarsi in tre registri narrativi differenti. Il primo parla di persone che ‘stanno’ di fronte alla paura. L’istinto è di tradurlo, percettivamente, nella stasi dei modelli ritratti, immaginando una fonte di paura esterna, che a noi non è dato vedere. Meglio ancora, riecheggia uno stato di angoscia attribuibile al personaggio. Tratto barocco della costruzione è che i modelli non sono attori ma amici e conoscenti dell’artista, il che rende comprensibili e a tratti tenere certe espressioni non del tutto convincenti. Eppure, anche se, influenzati dalla cultura visiva e cinematografica, non riconosciamo in tutti i volti i tratti della paura codificata, concentrandoci possiamo percepirne l’angoscia: lo stato psichico cosciente di un individuo caratterizzato da un sentimento intenso di ansia e apprensione. L’angoscia rappresenta una paura senza nome le cui cause e origini sono apparenti ovvero non dirette o immediatamente individuabili. Per tale motivo questa non è semplicemente minacciosa, ma spesso anche catastrofica per l’individuo che la vive. A differenza dell’animale, che è guidato da istinti in grado di soddisfare le prime necessità, ogni uomo è abbandonato a sé stesso e costretto a operare delle scelte che possono prospettarsi errate, pericolose o addirittura lesive per la propria esistenza; quindi, dal momento che ciascuno condivide la medesima condizione di fronte all’atto di scegliere, l’angoscia è necessariamente un fondamento dell’essenza umana, primigenio e inalienabile.
Il secondo registro parla ancora di persone che ‘stanno’ di fronte alla paura, ma in questo caso è chi osserva la foto a stare immobile, ponendosi il quesito relativo a cosa abbia spaventato il modello. Si costituisce, nel momento in cui si arriva a interpretare questo aspetto, un vincolo tra il modello ritratto e chi guarda la foto. Svolta l’analisi epidermica della foto o perdiamo concentrazione – e quindi ci dedicheremo a un’altra foto, a una chiacchiera, a un bicchiere di vino – o possiamo essere attratti dal fascino voyeuristico della costruzione scenica. Interpretare la foto come un fotogramma e cercare di trarre, come se fosse possibile, dai dettagli presenti un indizio circa l’origine dello spavento. Perché, per quanto affascinante possa essere la storia ritratta, ciò che più ci lega a essa è ciò che l’obiettivo non ritrae. Se potessimo ingrandiremmo tutte le superfici riflettenti fino a vedere le luci del set e gli operatori, uccidendo ogni magia narrativa, al solo scopo di cercare la fonte della paura. Ma, e qui si percepisce più nettamente l’incantesimo Lynchiano, per scovare quella fonte dovremmo cercare il riflesso non nelle superfici riflettenti ritratte in foto ma in quella più esterna: la carta fotografica.
Perché – e siamo al terzo registro narrativo suggerito dal titolo – a stare di fronte alla paura sono pur sempre i soggetti ritratti, nella cui scena il nostro sguardo ha fatto irruzione, spaventandoli.

Antonio Senatore

Standing in the presence of fear
English version

Fear is a deep negative sensation induced by a perceived threat. It is a basic survival mechanism occurring in response to a specific stimulus such as pain or threat of danger. In short, fear is the ability to recognize danger and flee from it or confront it, also known as the fight or flight response. Worth noting is that fear almost always relates to future events, such as worsening of a situation, or continuation of a situation that is unacceptable. Fear could also be an instant reaction to something presently happening.
Standing in the presence of fear is an anthology of potentially-real short-stories about introspective meeting with fear. Subjects are motionless and emotionless, so as it happens just before reacting to a frightful event.
The scenes have been carefully staged, every detail studied and placed according to a plan. Every set tells a story. Despite the focus of each photo points to the character, its centrality, just after a first glance to the photo, fades towards the details that surround it like a frame. In this sense, the real focus seems to be a sequence, a vortex of items placed all around the character in order to induce the eye to look at it or to relentlessly move away from it. This vortex is the story. An everyday story about a human being, suddenly stopped by an uprising emotion, but yet continuous and bright, independent from the reactive stimulus to fear. To make magic and persuasive these stories is maybe the more cinematic aspect of the action: the gloss of fiction that, even evident, seems to give life to the characters, in a perceptive seesaw that echoes the work of Crewdson and the realistic-but-surreal atmospheres of Lynch’s movies and Moody’s novels.
The title of the show quotes a passage in the novel A paixao segundo G.H. written by Clarice Lispector. The main character, the sculptress G.H. – that stands for Genere Humano, Human Beings – is a wealthy woman who describes her inner life so: “I am what other people see of me”. This form of expression is the key to read the novel. Clearing a room G.H. finds a cockroach. The meeting triggers in the woman a reaction that brings her to free her primary pushes at the point of freeing her from conventionalism of a ‘traditional’ life. Finding the cockroach leads G.H. to analyze the human being and its life in this world, answering questions about her and the others, always portrayed as Mona Lisa – as to define the beginning of an enigma innate to all human beings. G.H. eats the white mass flowing out the insect she has killed, devouring – figuratively – life in its primary essence, revoking the everyday and conventional ritual that imprisoned her life. In an enlightening moment – an epiphany – the sculptress understands and shows us that our destiny is to accept the condition of being human and that the secret of life consists in giving up the search for a meaning.
“So as of yet my inner metamorphosis makes no sense. In such a metamorphosis, I lose everything I have had, and what I have had has been myself – all that I have is what I am. And what am I now? I am: a standing in the presence of fear. I am: what I have seen.”
Anderson de Paiva’s photos seem to double this passage from the perception of one’s essence as a simulacrum of what one thinks that others see to the sum of what one has seen and done.
Going deeply, the narrative strength of the title, Standing in the presence of fear, reveals through three different narrative’s levels.
The first one speaks of persons standing before the fear. The instinct leads us to read it as the motionless standing of the portrayed character, while we imagine an external source of fear that we cannot see. Looking at the photos in this way make possible to feel a state of distress erupting from the characters. A baroque feature of this photos is that the models aren’t actors but friends of the artist. This makes us understand and partly feel as tenderly the expressions less participative of the scene’s theater. But still – despite the influence in our vision of cinematographic culture could bring us not to recognize the characteristics of codified fear – with just a bit of concentration we can feel their anguish: the conscious psychic state characterized by an intense feeling of anxiety and apprehension. Anguish is triggered by a nameless fear, the origin and causes of which aren’t directly or immediately detectable. For this reason anguish is not only threatening, but often catastrophic for the person who feels it. Differently from an animal, which is lead by instincts able to satisfy its primary needs, the human being is alone and forced to make choices that could in every moment show as wrong, dangerous or even harmful; so, since everyone share the same condition towards the act of making a choice, anguish is necessarily one of the foundation of human essence, primary and inalienable.
The second one still tells of people standing, but in this case is who watches the photos to stay motionless, self questioning what could have driven to fear the portrayed character. By the moment oneself come to interpret this aspect, a bond establishes between the character and the observer. Once carried out the epidermal investigation of the photo we can lose interest – than we’ll observe another subject, or talk to someone or go to drink – or we can be attracted by the voyeuristic fascination of the scene construction in front of which we still stand. We can read the photo as a frame and try to draw out of it, as it could be really possible, evidences about the causes of the fright. This because, as far as the portrayed story could be intriguing and well-structured, what really binds us is what the objective hadn’t – and couldn’t have – captured. If we could, we would enlarge all the reflective surfaces, at the point of seeing set’s lights and the operators, killing every kind of enchantment, only for the purpose to find out the source of fright. But, and here more sharply than ever we can perceive the shadow of Lynch, to find that source we should look the right reflection not in the reflective surface captured by the shutter release, but in the one more external and unrelated to the story: the photographic surface.
This because – and here we stand in the presence of the third narrative level – in presence of fear are the portrayed subjects themselves again, in whose life our eyes have gazed, frightening them.

Antonio Senatore

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09 Aprile / 01 Mag 2011
Enzo Comin
Sinergie
a cura di Valentina Gregori

Al giorno d’oggi, mai come prima, le immagini sono prodotte e diffuse. Ciò non dipende semplicemente da una qualche forma positiva oppure morbosa di curiosità o passatempo, specie perché sovente la produzione di immagini necessita un impiego non indifferente di energie e denaro. La verità dietro a questa ricerca è che le immagini non soddisfano più: si ha l’abitudine, prima fra tutti l’arte, a cercare l’immagine significativa da sola, però ora è insufficiente. Con i miei lavori fotografici io ricorro infatti al gesto, all’interesse verso i materiali su cui compare l’immagine, la sequenza che si può accostare e una narrazione che non trova chiusura.”
“ Il mio lavoro passa attraverso la ricerca, la poesia e la sperimentazione fotografica, dando vita ad una continua analisi che porta ad una relazione dei diversi linguaggi visuali. Utilizzando il mezzo fotografico, sono da sempre impegnato in un insistente lavoro di lettura, interpretazione ma anche trasformazione della realtà che mi allontana con precisa volontà dalla pura descrizione del quotidiano e del concreto.

Enzo Comin

Pensare il tempo come a un insieme di linee spezzate, i luoghi come campi in cui queste linee tracciano il proprio passaggio: lo spazio in cui si vive pulsa di impronte del passato che interagiscono con i segni del presente e il tutto sembra funzionare come un grande specchio organico in cui tracce del futuro si riflettono.
L’esperienza dell’uomo nel mondo si inserisce nelle fratture degli strati temporali e come una scheggia egli li attraversa e li rifrange: identità molteplici e dinamiche, la percezione umana si apre a varianti incontrollabili. Non si può tracciare una sintesi dell’esperienza del mondo ma intuirla di volta in volta, lasciando che i frammenti temporali rivelino la loro provenienza in tracce spezzate.
Enzo Comin immerge il proprio lavoro in queste fratture e lo fa riemergere solo quando impronte informi si sono impressionate su di esso e, a partire da questo momento, può cominciare la manipolazione.
Nella ricerca artistica di Comin la parola si rompe nell’immagine e viene poi contraffatta e contaminata dal suo intervento.
Scrivere, fotografare, graffiare, sovrapporre, spostare, nessuna pratica artistica sembra essere autosufficiente, è necessaria un’integrazione sinergica di linguaggi: questo il percorso seguito dall’artista affinché la sua fotografia non obbiettiva faccia in modo che il mondo polifonico parli di sé.

Valentina Gregori

Con questa mostra si inaugura inoltre una collaborazione tra Combo e Galleria dA.cO. (Terni) stretta nel progetto di scambio culturale cheznous promosso dall’associazione ternana Downtown.Cheznous è un progetto d’arte itinerante che nasce da un’idea dell’ Associazione culturale Downtown in collaborazione con la Galleria dA.Co. di Terni. L’obbiettivo del progetto è quello di ricercare ed interrogare realtà, nazionali ed internazionali, che danno voce e spazio all’Arte Contemporanea: gallerie, associazioni, fondazioni sono invitate a rispondere a questioni sull’ Arte attraverso l’aiuto di opere ed artisti che meglio rappresentano la loro visione.
Cheznous è un appuntamento che permette alle gallerie e ad altre realtà artistiche di incontrarsi, scambiando idee e progetti in mostre itineranti nei rispettivi spazi e città.Ciascuno nel proprio lavoro fa delle scelte, ha delle visioni e convinzioni che, attraverso l’esperienza nel mondo, cerca di coltivare ed elaborare. Il progetto mette a confronto diversi modelli di visione e differenti linguaggi che parlano di Arte, alimentando e scambiando, a volte anche incrinando, le proprie certezze su di essa. Cheznous vuole dar voce a tutto questo: nutrire il pubblico dei molteplici sguardi che convivono nel mondo dell’Arte e allo stesso tempo riconoscere alle gallerie, associazioni e fondazioni quel potere di sconfinamento che spesso viene loro negato, portando lavori e ricerche al di fuori dei propri spazi e città, per incontrare nuove realtà e alimentare così la circolazione delle idee. Una sorta di creazione collaterale attraverso un incontro, senza mai dimenticare il ruolo primario assunto in questo percorso dagli artisti e le loro opere.
L’Arte si mette in viaggio e una mappa a scala internazionale ci permette di seguire le tracce del suo passaggio.

Valentina Gregori

 Sabato 28 Maggio dA. cO. ospiterà Estetico Antiestetico mostra personale di Jonathan Capriotti a cura di Antonio Senatore inaugurata per la prima volta a COMBO il 18 Dicembre 2010

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12 Marzo / 3 Aprile 2011
Jacopo Miliani
Silver Stammer, just another stammer
con intervista via Skype a cura di Giulia Pacello
 
Silver Stammer vuol dire balbuzie d’argento.

Silver Stammer è un “Blog d’artista” un blocco d’appunti virtuale dove viene raccolto tutto il materiale di studio, di riferimento e di gioco, a cui l’artista Jacopo Miliani si sente, per un certo periodo di tempo, affezionato e in sintonia. Silver Stammer nasce come progetto d’artista, ma pur avendo una correlazione diretta con il lavoro di Miliani, si distacca e si separa da questo. Questo progetto espositivo nasce sulla riflessione su come i blog rappresentino una divulgazione di massa del concetto di Mnemosyne Atlas (ovvero la raccolta e l’esibizione di materiale visivo strutturato in senso analogico), in un contesto attuale in cui l’archivio si propone come medium e le cui finalità si disperdono sempre più verso scelte aleatorie e ludiche. Il blog, a differenza di un archivio privato, ha inoltre di per sé la caratteristica di avere un confronto costante con un pubblico sia esplicito che anonimo. Infatti l’esigenza del blog nasce proprio da una volontà di confronto.
In parallelo al blog nasce anche la fanzine Empty Restaurant che vede l’artista editor di un prodotto cartaceo in cui, di volta in volta, è invitato un altro artista a fornire la sua ricerca-non-opera. L’idea di creare un enviroment creativo, non sempre visibile in un lavoro d’artista e confrontarlo con il pubblico è per me un’esigenza che si è delineata proprio a partire dal mio lavoro e dall’uso cospicuo di immagini senza un diretto e immediato riferimento.
Questi esperimenti – il blog e la fanzine – entrano ed escono dal lavoro di Jacopo Miliani in cui ad un’attenta e consapevole volontà anti -rappresentativa, si mescolano diversi immaginari e riferimenti. L’ambivalenza tra una sfera personale-affettiva e l’appartenenza a costrutti collettive sono per l’artista caratteristiche costitutive di ogni
immagine.

Nella mostra-progetto ospitata da Combo l’estetica e la documentazione del blog Silver Stammer coinvolgerà gli spazi espositivi e sarà presente una postazione internet con un accesso diretto al blog che per tale occasione sarà aggiornato giornalmente coinvolgendo un network di persone legate al lavoro dell’artista.

http://silverstammer.blogspot.com

Intervista via Skype tra Jacopo Miliani e Giulia Pacello
http://silverstammer.blogspot.com/2011/03/silver-stammer-at-combo.html?zx=bb5d263d0e4b71bb

BIO
Jacopo Miliani nato a Firenze (1979), vive e lavora a Milano.
Ha studiato al DAMS di Bologna e al Central Saint Martins College di Londra.
Ha partecipato al Corso Superiore di Arti Visive nel 2007 con Joan Jonas come ‘visiting
professor’; nel 2009 segue la Fondazione Spinola Banna per l’Arte con Peter Friedl.
Nel 2008 ha partecipato ad Italian Wave ad Artissima-Torino e nel 2009 è stato selezionato
per il programma di residenza presso Platform Garanti, Istanbul.
Ha presentato i suoi progetti artistici in diversi spazi espositivi tra cui: Victoria and Albert
Museum (Londra), Nomas Foundation (Roma), Careof (Milano), Istituto Svizzero di Roma,
Biennale del libro d’artista di Spoleto, Castello Sforzesco (Milano), CAB Centre d’Art
Bastille (Grenoble), Villa Romana (Firenze), Form Content (Londra), Circulo de Belles
Artes (Madrid), Serpentine Gallery (Londra). Recentemente ha partecipato al Festival
Internazionale della Performance presso la Galeria Vermelho di San Paolo in Brazile.

 

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12 Febbraio/6 Marzo 2011
Stefano Baldinelli
Tra quiete e moto

L’esposizione, un percorso tra dittici e polittici dal sapore antico, vedrà esposte le opere più recenti dell’artista.
Le opere di Baldinelli offrono allo spettatore un gioco di dissezione della luce e del colore da cui emerge, con prepotenza, la percezione di una serenità sopita. Con tenacia e determinazione Baldinelli sembra scavare nell’abbraccio della pittura fino a svelarne la purezza, al contempo invitando e sfidando lo spettatore a lasciarsi trascinare oltre il proprio sguardo fino a trovare uno spazio interiore nel quale individuare l’invisibile quiete che giace nell’abbraccio del moto. 

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15 Gennaio / 6 Febbraio 2011
Alleg
All you need is law


L’opera in mostra, un murales, è frutto dall’incontro dell’artista con lo spazio, dell’ispirazione che questo ha saputo offrirgli. Infatti, per Alleg “il disegno nasce dal muro dal rapporto che crea con la mia mano, quando nasce comincia a parlarmi, a spiegarmi le mie volontà.”
Alleg appartiene a quella corrente di artisti, di writer per cui il lavoro non è un simulacro eterno quanto piuttosto frazione di un flusso “Ogni Murales, ogni disegno, ogni gesto è qualcosa di collegato a ciò che è avvenuto prima e dopo l’istante in cui è generato, un flusso. Un percorso, una storia, nulla che può essere analizzato singolarmente”. Le sue opere non sono oggetti “il murales è qualcosa che sta lì e lì muore, molto simile al pensiero che lo ha generato, una performance, una traccia.” L’essenza del lavoro diventa così non l’opera in se, la sua estetica, la sua composizione quanto piuttosto, per il pubblico così come per l’artista, la comprensione del suo significato.
Atipico in Alleg è, conseguentemente, anche l’approccio al momento espositivo, alla mostra che l’artista concepisce non come frutto di una ricerca specifica, ma l’occasione di produrre un nuovo tassello all’interno del suo flusso immaginifico, una sorta di fotogramma estratto da un continuum in costante elaborazione la cui direzione e destinazione è ancora da definirsi.
In questo ambito il titolo di una mostra, di questa mostra, non vuol tanto fare il minimo comune denominatore all’interno di un periodo produttivo, non vuole dare una tematica, quanto essere opera esso stesso, generare quindi i legami che le opere hanno con ciò che le precede e segue all’interno di questo mio flusso.
Adesso, se intendiamo queste parole “ All You Need Is Law” al pari del murales, del disegno, della musica o della poesia, spiegarle sarebbe come spiegare un disegno, ovvero abbastanza noioso.

BIOGRAFIA- Alleg pitta sui muri dagli anni 90, quando era solo un crimine. Studia Audiovisivi presso la Nuova Accademia Di Belle Arti di Milano laureandosi con lode. Produce cortometraggi di animazione coi quali vince concorsi a livello nazionale e viene selezionato in molti rinomati festival. Arriva tra i primi dieci nel premio nazionale delle arti.
Dopo alcune esperienze in Sud America si dedica al murales e da allora lavora e si esprime quasi esclusivamente attraverso questa tecnica. Alleg ritiene il Murales il mezzo fondamentale per l’autodeterminazione.

Ultime Mostre:
”Localized” Avezzano Dicembre 2010
”Pop Up” Porta Pia Ancona Agosto 2010
”Arzibanda” Capistrello (AQ) Luglio 2010
”Crack” Roma Giugno 2010§
”FREESHOUT” Prato Giugno 2010
”Catch MY Knack” Pescara, studio ANNILUCE Maggio 2010

“ALL WE NEED IS LAW”.
Qualche nota a piè di pagina.
 
ALLEG comincia a “pittare’ nella cultura writing italiana anni Novanta per poi rimanere affascinato, dopo un viaggio in America del sud, dall’estetica dei murales. Per ragioni pratiche e stilistiche decide di passare dalla “bombola” alla tempera, facilmente reperibile come materiale di scarto. I muri di COMBO gli si presentano come un foglio bianco su cui esprimersi liberamente, lasciando anche al caso la riuscita dell’opera intera. Nel lavoro di ALLEG si viene a creare un forte cortocircuito tra mezzo espressivo e soggetto espresso. Non c’è continuità tra il valore concettuale dell’intero progetto e la forma che va a definirsi. Una rottura che sembra rappresentare la situazione di caos generale che si è andata generando nel mondo reale tanto quanto in quello artistico, in cui generi e mezzi sembrano apparentemente non riallacciarsi alla storia che li ha generati.

La tradizione del murales nasce in Messico dal movimento artistico detto Muralismo. Sono dipinti che narrano le storie di popoli costretti in dittature, sono l’unica espressione di dissenso permessa in un ambiente che sembra non concedere via d’uscita. Incarnano la lotta di un popolo attraverso un elevato grado di artisticità e un importante contenuto sociale e politico. Diego Rivera, una tra le più conosciute figure emerse dalla cultura muralista, racconta delle vicende del suo popolo, dei peones, della loro schiavitù, passando per le antiche civiltà e avvalendosi di uno stile descrittivo-folkloristico, coniugando il vecchio e il nuovo.
Il graffitismo nasce esattamente negli anni della piena affermazione della metropoli contemporanea in quell’America che sta imponendo il dominio della merce e del brand, in tutte le sfere del vissuto. Il writer lavora solitamente al buio, laddove l’occhio del grande fratello non arriva. Se quindi i muralisti impiegavano giorni interi per produrre la loro opera, i writer sfuggono a qualsiasi riflessione che vada al di là del sovra-produrre segni in una società che ne è dominata.
In Lo scambio Simbolico e la Morte Baudrillard scrive: “La città non è più il poligono politico-industriale che è stata nel XIX secolo, è il poligono dei segni, dei media, del codice. […] Per la prima volta con i graffiti di New York i tracciati urbani e i supporti mobili sono stati utilizzati con tale ampiezza, e con una tale libertà offensiva. Ma, soprattutto, per la prima volta i media sono stati attaccati nella loro stessa forma, cioè nel loro modo di produzione e di diffusione. E questo proprio perché i graffiti non hanno contenuto, non hanno un messaggio. È questo vuoto che costituisce la loro forza.”
Murales e graffiti sono espressioni, in primis di due epoche differenti, per dirla come Lefebvre, una appartiene alla rivoluzione industriale in cui si è visto il passaggio da una realtà rurale ad una industriale, e l’atro si sviluppa nel passaggio dalla rivoluzione industriale a quella urbana.
Oggi nel periodo del capitalismo culturale in cui l’arte per prima è divenuta prodotto, anche ciò che nasce da ambiti diversi e con prerogative diverse viene a fondersi, un accumulo che implica una commistione di linguaggi e temi. I muri esterni divengono interni, un’esplosione a scala urbana diviene un implosione in uno spazio definito spazialmente tra quattro mura. Dal globale si passa al locale, inventandosi un nuovo sistema di regole: “All we need is law”

 

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18 Dicembre 2010 / 8 Gennaio 2011
Jonathan Capriotti
Estetico Antiestetico
a cura di Antonio Senatore

Le opere di Johnathan Capriotti hanno il dono di invadere la mente dello spettatore. Il suo tratto, pur lieve ed estremamente curato, ha la capacità di tracciare un solco nell’immaginario, di insinuarsi nelle memorie e far affiorare l’atavico desiderio dell’uomo di scoprire se stesso attraverso l’arte. Anche se mediate dalla tecnica e dagli studi dell’artista, le sue opere mantengono il contatto con l’istinto creatore e lo ripropongono nella più intima purezza agli occhi di chi le guarda.
Lungo un breve percorso ideale, tracciato a partire dall’evoluzione del disegno, diretto a destituire l’istinto interpretativo che troppo spesso si associa all’arte, Antonio Senatore passeggia tra le opere lasciandosi intrigare, incantare, tentare dalla grazia e dallo stile di cui sono permeate, fino a offrirne una propria lettura. 

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6/21 Novembre 2010
Claudio Ferracci
Stradario
 

Realizzata in collaborazione con UMBRIA LIBRI e IMMAGINARIO FESTIVAL la mostra STRADARIO presenta una selezione delle illustrazioni realizzate dal disegnatore e fumettista perugino Claudio Ferracci per il libro Stradario (in) Perugino di Sandro Allegrini. 25 le tavole in mostra che ci regalano scorci e prospettive della città storica nel suo vissuto contemporaneo.
BIOGRAFIA Claudio Ferracci nasce e vive a Perugia. La grande passione per il disegno, di ogni tipo, lo porta a fondare con alcuni amici la rivista Flit alla fine degli anni ’80, per finanziare la quale inizia a portare il fumetto nelle scuole di ogni ordine e grado. Nel 1993 fonda l’associazione UmbriaFumetto e l’omonimo festival che si tiene fino al 2000. Nel 1997 fonda la Scuola Perugina dei Fumetti, che è a tutt’oggi operativa con i suoi corsi di formazione totalmente gratuiti per adulti. Nel 2002 fonda la Biblioteca delle Nuvole, unica biblioteca pubblica di fumetti del centro Italia, che dal 2005 diviene biblioteca comunale del Comune di Perugia. Nel frattempo realizza fumetti ed illustrazioni, scrive racconti e sceneggiature per riviste, enti ed istituzioni, con particolare attenzione a quelle legate alla rete dell’associazionismo.

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9/31 Ottobre 2010
Francesco Bocchini / Juan Carlos Ceci / Marco Di Giovanni / Andrea Facco / Nero / Luca Piovaccari / Andrea Scopetta / Giovanni Termini.

Il mondo in presenza di cose
a cura di Alberto Zanchetta

 

Una cosadetta con altre parole, o in altre lingue, rimane sempre la stessa? Oppure cambia a seconda della cultura e della società che la nomina e la giudica? Ma soprattutto, cos’è questa “cosa”?
Edgar Allan Poe definiva la Cosacome l’incarnazione del terrore. Lo scrittore cercava di spiegarci che l’apparizione di questa Cosasarebbe stata (sia per i lettori che per i protagonisti delle sue storie) una liberazione. Sennonché la Cosasi lascia sempre desiderare, prolunga la sua attesa e alla fine non si rivela quasi mai. Se potessimo toccare il fondo del terrore – o se preferiamo dire del “perturbante”, terminologia che ben si attaglia alle arti visive degli ultimi secoli – sicuramente la nostra ansia svanirebbe.
La cosaintesa nella sua piena materialità lenisce quindi la paura, ma non per questo riesce a rassicurarci completamente. Pensiamo alle arti visive, le quali rendono concrete le “cose” dispensandole dall’obbligo di appartenere veramente al mondo fenomenico. Di fronte a certe opere, lo sguardo estraniato ed esterrefatto dello spettatore, e talvolta la sua incapacità di relazionarsi con esse, è un evidente segnale di pervertimento. Vale a dire: benché il mondo sia il contenitore, non vale qui il processo metonimico, il contenuto non è cioè la sua diretta espressione. Ne è semmai un’alterazione, un’altercazione, un’interdizione…
L’arte è un mondo a sé, specchio de-formato o ri-formato della realtà. La cosa/oggetto/opera c’è, esiste, ma non deve necessariamente render conto al mondo in cui viviamo, e a cui chiediamo continuamente delle risposte. Nell’arte la Cosanon è mai ciò che crediamo che sia: la Cosaè un’entità proteiforme.
Il mondo in presenza di coseoffre una selezione di opere che interrogano la loro “cosificazione” così come il loro rapporto con il mondo reale. Il primo spunto ci è offerto da un polittico di Juan Carlos Ceci, paesaggio viscerale-sessuale, più ontologico che floreale; l’installazione di Luca Piovaccari si interroga invece sui cascami dell’ambiente naturale in rapporto all’inurbamento selvaggio; Andrea Scopetta progetta la casa perfettaper sé, immagine utopistica che non può (né dovrà) trovare corrispondenza nella realtà; Marco Di Giovanni crea ribaltamenti percettivi all’interno di sculture domestiche, mentre gli oggetti defunzionalizzati di Giovanni Termini e di Nero offrono una risignificazione alla normale destinazione d’uso; infine, un piccolo omaggio a Giorgio Morandi, alle sue bottiglie dai vetri dipinti, che in Francesco Bocchini diventano un simulacro doppiamente sur-reale, e che in Andrea Facco vengono smaterializzate in “immagini di immagini”.

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10/31 Luglio 2010
Danijel Zezelj
Storyline
 

Ha aperto il 10 luglio, nello spazio espositivo Combo (via Cartolari, 1/A – Perugia) Storyline, la mostra di disegni e illustrazioni originali di Danijel Zezelj.
La mostra, realizzata da ARCI Perugia in collaborazione con la Biblioteca delle Nuvole offre un ampio spaccato della produzione artistica più recente del famoso e poliedrico illustratore di origine croata.
Ben 45 le tavole originali esposte: estratti di storie a fumetti, illustrazioni, storie brevi diverse tipologie di lavoro che mettono in luce la notevole qualità tecnica dell’artista così come la sua forte capacità espressiva.
Nel pomeriggio di venerdì 16 luglio l’autore incontetrà il pubblico presso la galleria. Lo stesso giorno, presso La terrazza del Mercato Coperto, alle ore 22.30 Danijel Zezelj si esibirà nella performance multimediale (live painting e live music) ONCE insieme ai musicisti Jessica Lurie e Marian Stanjc.

BIOGRAFIA

Danijel Zezelj è un artista grafico, un illustrator e un autore di oltre 20 graphic novel. I suoi umetti e le sue illustrazioni sono stati pubblicati in riveste e antologie in Croazia, Slovenia, Inghilterra, Svizzera, francia, Italia, Spagna, Svezia, Sud Africa, e Stati Uniti. I suoi lavori sono stati pubblicati da DC Comics/Vertigo, Wild Storm, Marvel Comics, The New York Times Book Review, Harper’s Magazine, Grifo Edizioni, Edizioni Hazard, etc. Dal 1997, in collaborazione con la musicista e compositrice Jessica Lurie, ha dato vita ad una serie di performance multimediali che mettono in relazione le arti visive e la musica. Le performance sono state presentate in festival, gallerie e club in europa e negli Stati Uniti. Nel 2001 ha dato vita ad una propria casa editrice di fumetti e grafica PETIKAT. Vive e lavora a Brooklyn.

http://www.dzezelj.com

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8/31 Maggio – 5 Giugno/ 4 Luglio 2010

Francesco Capponi / Francesco Ciavaglioli
Forma Urbis
a cura di Antonio Senatore 

L’esposizione Forma Urbis di Francesco Capponi e Francesco Ciavaglioli, curata da Antonio Senatore, è un progetto  espositivo in due fasi e inaugura l’attività espositiva di COMBO.
“Forma Urbis” intende restituire al pubblico il dialogo tra arte e città, tramite interpretazioni artistiche del paesaggio urbano e un percorso che, nello scambio e confronto tra gli artisti coinvolti e le peculiari tecniche espressive che adottano, tende a de-costruire e ricostruire il rapporto tra memoria e visione.

Francesco Capponi – già noto a Spoon River come Dippold – ispirandosi al racconto “Spleen di Perugia” di Antonio Senatore apparso nella raccolta “Racconti perugini” fonde, mescola e confonde l’architettura cittadina con la tecnica del ‘foro stenopeico’ o ‘pinhole’. Ne deriva una Perugia nuova eppure salda nella propria identità, una scansione dei paesaggi vibrante nella propria contemporaneità, ma stabile e rassicurante nel rigoroso sviluppo architettonico.

Francesco Ciavaglioli, ispirandosi alle foto di Francesco Capponi e al racconto “Spleen di Perugia” di Antonio Senatore, ha restituito su tavola l’intrinseca labilità del paesaggio urbano di Perugia. Partendo dall’aderenza alla realtà del dato oggettivo fotografico compone immagini evanescenti, salde e consuete e allo stesso tempo nuove e in continuo movimento.

Con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura e alle Politiche Sociali del Comune di Perugia

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